L'estate del 2026 si sta rivelando difficile per chi estrae bitcoin. Al blocco 953.568 la rete ha registrato uno degli aggiustamenti di difficoltà al ribasso più marcati della sua storia: -10,09%, che ha portato il valore da 138,96T a 124,93T. Nella graduatoria storica delle correzioni negative, questo episodio si colloca all'undicesimo posto assoluto e al secondo posto per il solo 2026.
Perché la difficoltà è scesa così bruscamente
Il meccanismo è intrinseco al protocollo Bitcoin: ogni 2.016 blocchi, la rete ricalcola automaticamente la difficoltà di mining per mantenere un tempo medio di produzione di circa dieci minuti per blocco. Quando una quota rilevante di macchine va offline e i blocchi arrivano in ritardo, il sistema abbassa la soglia così che i miner ancora attivi possano tornare a ritmi regolari.
Nel caso attuale, l'epoca precedente al ricalcolo è durata 15,6 giorni anziché i 14 previsti: quasi due giorni di ritardo accumulato segnalano che la potenza computazionale in competizione sulla rete si era ridotta in misura sostanziale. A innescare l'uscita di diversi operatori è stato il calo del prezzo di BTC di circa il 15% nel corso di giugno, che ha eroso i margini fino a rendere antieconomico far girare i macchinari meno efficienti.
Analisti di Galaxy Research avevano collegato la pressione sui miner proprio a quella debolezza di prezzo, evidenziando come i gestori di impianti con hardware obsoleto o costi energetici elevati fossero i più esposti al taglio dei ricavi.
Cosa cambia per i miner rimasti attivi
Le stime preliminari indicavano un calo intorno al 9,55%; il dato finale, più profondo, apre uno spazio di respiro maggiore per chi ha continuato a operare. Con la stessa potenza di calcolo, gli impianti attivi ricavano ora una quota proporzionalmente più alta di blocchi — e di ricompense in BTC.
Un effetto atteso è il recupero dell'hashprice, cioè il ricavo per unità di potenza computazionale, potenzialmente al di sopra dei 30 dollari per PH/s. La distribuzione dei benefici non sarà uniforme: gli impianti dotati di hardware di ultima generazione e contratti energetici vantaggiosi partiranno avvantaggiati, mentre i siti con macchinari datati restano vulnerabili a eventuali nuovi ribassi di prezzo o a un aumento dei costi dell'elettricità.
Il mining perde terreno a favore dell'AI
Il calo di hashrate non riflette soltanto la pressione dei prezzi: una quota crescente di capacità infrastrutturale si sta spostando verso i data center ad alte prestazioni e i carichi di lavoro legati all'intelligenza artificiale. Core Scientific, per esempio, ha annunciato la riconversione del suo sito di Pecos, in Texas, in un campus per l'AI, destinando a questo fine 300 megawatt precedentemente impiegati nel mining di BTC.
L'aggiustamento di giugno fotografa quindi una fase di transizione per il settore: da un lato la rete si autoregola assorbendo l'uscita degli operatori marginali, dall'altro una parte dell'industria riorienterebbe strutturalmente le proprie risorse verso mercati con margini percepiti come più stabili. La prossima epoch di 2.016 blocchi dirà se il nuovo livello di difficoltà attrarrà hashrate aggiuntivo o se la contrazione proseguirà.
