Un'etichetta logora, due settori ancora vivi
Nel dibattito pubblico sul futuro delle criptovalute, poche affermazioni hanno la capacità di fare rumore quanto quelle pronunciate da chi ha costruito e finanziato l'ecosistema dal basso. Kyle Samani, co-fondatore di Multicoin Capital e tra i volti più riconoscibili nell'orbita di Solana e Helium, ha sintetizzato il momento con una frase lapidaria pubblicata su X: il Web3 è morto, e ciò che rimane sono soltanto la finanza decentralizzata e le reti di infrastruttura fisica decentralizzata — DeFi e DePIN.
L'intervento di Samani non è arrivato nel vuoto. Ha preso forma all'interno di una discussione più ampia innescata da Eli Ben-Sasson, CEO di StarkWare e co-fondatore di Zcash, che aveva segnalato come il settore crypto stia attraversando una vera e propria crisi d'identità. Secondo Ben-Sasson, diversi protagonisti storici dell'ecosistema hanno progressivamente abbandonato la scena, mentre banche, gestori patrimoniali e società di finanza tradizionale occupano spazi sempre più rilevanti. Una transizione che, a suo avviso, mette sotto pressione la narrativa originaria del settore: quella di un sistema nato esplicitamente in contrapposizione alle istituzioni finanziarie.
La finanza tradizionale entra, i puristi escono
Il paradosso è evidente. Crypto ha mosso i suoi primi passi come movimento orientato alla self-custody, alle reti aperte e alla disintermediazione bancaria. Nel 2026, la crescita di capitali e prodotti è guidata in larga misura da ETF su asset digitali, asset tokenizzati, stablecoin regolamentate e piattaforme sviluppate da operatori finanziari tradizionali. L'ingresso istituzionale porta liquidità e utenti, ma altera profondamente il perimetro culturale e strategico del settore.
È proprio in questo contesto che la dichiarazione di Samani acquista peso analitico. Il co-fondatore di Multicoin — che all'inizio del 2026 aveva ridotto il suo coinvolgimento operativo quotidiano nella società, pur mantenendo legami con Forward Industries — non sostiene che il crypto nel suo insieme sia in declino. Sostiene piuttosto che il marchio "Web3" abbia perso forza propulsiva e capacità di orientamento, diventando un contenitore troppo generico per essere ancora utile.
DeFi e DePIN: casi d'uso che reggono al confronto con i mercati reali
La DeFi abbraccia prestiti, trading on-chain, stablecoin e strumenti finanziari che operano su reti blockchain senza intermediari centralizzati. I protocolli più maturi stanno già attrezzandosi per gestire volumi legati alla tokenizzazione degli asset tradizionali: Standard Chartered ha proiettato una crescita significativa del mercato dei token su asset reali entro il 2028, con la DeFi consolidata destinata ad assorbire una quota rilevante di quell'attività.
Il DePIN — reti di infrastruttura fisica incentivate da token — rappresenta invece la scommessa sull'integrazione tra blockchain e mondo materiale: reti wireless, storage distribuito, computing decentralizzato, sensori connessi. A differenza di molti progetti Web3 rimasti confinati nell'economia dei token e delle community digitali, il DePIN punta a creare valore misurabile su infrastrutture tangibili.
La convergenza di questi due settori nella visione di Samani non è casuale. Entrambi offrono una risposta concreta alla domanda che il mercato pone con crescente insistenza: a cosa serve, in pratica, tutta questa tecnologia? La risposta che DeFi e DePIN provano a dare è più solida di quanto il Web3 generalista abbia mai saputo articolare. Il dibattito, ora, si gioca su quanto queste promesse riescano a tradursi in adozione effettiva.
