Mining e staking spiegati semplici

I due modi principali per mantenere in funzione una blockchain e creare nuove monete, e come ci si può partecipare.
Due parole che sentirai spesso
Mining e staking sono tra i termini più ricorrenti del mondo crypto, e anche tra i più fraintesi. Di solito vengono presentati come "modi per guadagnare criptovalute", il che è vero ma racconta solo metà della storia. Prima ancora di essere un'occasione di guadagno, sono i due meccanismi con cui una blockchain decide chi può aggiungere il prossimo blocco di transazioni, e con cui tiene insieme l'intera rete.
Nella guida sulla blockchain abbiamo accennato al consenso, cioè al modo in cui migliaia di computer indipendenti si accordano su un'unica versione della verità senza un capo. Mining e staking sono le due risposte più diffuse a quel problema. Il mining accompagna la proof-of-work, lo staking accompagna la proof-of-stake. Vediamoli uno alla volta.
Perché qualcuno viene ricompensato
Una blockchain pubblica non ha dipendenti. Nessuno è pagato da un'azienda per controllare le transazioni e scrivere i blocchi. Eppure quel lavoro va fatto, e va fatto in modo onesto, altrimenti il sistema crolla.
La rete affronta il problema con un incentivo. Ricompensa chi svolge quel compito correttamente, distribuendo nuove monete appena create insieme alle commissioni pagate dagli utenti. È così che vengono fisicamente alla luce la maggior parte delle criptovalute, ed è al tempo stesso la molla che spinge tanti partecipanti a tenere in piedi e a difendere la rete. Mining e staking sono due modi diversi di guadagnarsi quella ricompensa.
Il mining
Il mining è il sistema usato da Bitcoin e poggia sulla proof-of-work, la "prova di lavoro".
I partecipanti, chiamati miner, mettono i loro computer in competizione per risolvere un problema matematico molto complesso. Non esiste scorciatoia: l'unico modo per trovare la soluzione è provare miliardi di combinazioni a tentativi, e questo richiede grande potenza di calcolo. Il primo che ci riesce conquista il diritto di aggiungere il blocco successivo alla catena e incassa la ricompensa.
Quel "lavoro" non è fine a se stesso. Siccome trovare la soluzione costa tempo, hardware ed energia, manomettere la blockchain diventa antieconomico: per riscrivere la storia un aggressore dovrebbe rifare tutto quel lavoro su moltissimi blocchi, spendendo più di quanto potrebbe mai ricavarci. È la fatica stessa a proteggere la rete.
La ricompensa del miner si compone di due parti, le nuove monete emesse dal protocollo e le commissioni delle transazioni inserite nel blocco. Nel caso di Bitcoin, la quota di nuove monete si dimezza circa ogni quattro anni con l'halving, di cui abbiamo parlato nella guida dedicata.
Tutto questo ha un costo evidente, l'energia. Il consumo elettrico della proof-of-work è notevole ed è al centro di un acceso dibattito ambientale, che ha spinto altre reti a cercare strade meno dispendiose. Ne deriva anche una conseguenza pratica: minare Bitcoin dal computer di casa, possibile agli inizi, oggi non ha più senso. Servono macchine specializzate e costose, e i singoli si uniscono in gruppi chiamati mining pool per sommare la potenza di calcolo e spartirsi le ricompense.
Lo staking
Lo staking è il sistema adottato da Ethereum dal 2022 e da moltissime altre reti recenti. Poggia sulla proof-of-stake, la "prova di partecipazione", e capovolge la logica del mining.
Qui non si compete bruciando energia. Si mette invece in gioco una parte delle proprie criptovalute, bloccandole come garanzia. I partecipanti, chiamati validatori, vengono selezionati dal protocollo per proporre e verificare i nuovi blocchi, e in cambio ottengono delle ricompense. Anche in questo caso fatte di nuove monete e commissioni.
Cosa tiene onesti i validatori, se non devono più sostenere costi enormi? Il rischio di perdere il proprio deposito. Chi prova a imbrogliare o si comporta in modo scorretto può vedersi sottrarre una parte delle monete messe in garanzia, una penalità chiamata slashing. Il valore bloccato funziona da cauzione: comportarsi male significa mettere a rischio i propri soldi, e questo basta a scoraggiare quasi tutti.
Il vantaggio più vistoso rispetto al mining è il consumo. Non servono macchine energivore, e l'impatto ambientale è una frazione minima di quello della proof-of-work. È la ragione principale per cui Ethereum ha abbandonato il mining e adottato la proof-of-stake, in un passaggio storico chiamato The Merge.
Come partecipa una persona normale
È qui che emerge la differenza più interessante per chi inizia, perché mining e staking hanno barriere d'ingresso molto diverse.
Il mining serio, oggi, è di fatto riservato a chi può permettersi hardware dedicato, elettricità a basso costo e una certa competenza tecnica. Per la stragrande maggioranza delle persone non è un'opzione realistica.
Lo staking è molto più alla portata, e lo si può affrontare a diversi livelli di impegno. Gestire un proprio validatore offre il massimo controllo, ma richiede requisiti tecnici e una soglia minima di monete da bloccare, che su Ethereum è fissata a 32 ETH, una cifra tutt'altro che piccola. Per questo la strada più battuta è un'altra: appoggiarsi a servizi che raccolgono i fondi di tanti utenti. Molti exchange propongono lo staking con pochi clic, mentre le staking pool e il cosiddetto liquid staking consentono di partecipare anche con piccole somme, a volte restituendoti un token che rappresenta la tua quota e che resta utilizzabile altrove.
In tutti questi casi una fetta delle ricompense va al servizio che gestisce l'operazione al posto tuo. È il prezzo della comodità.
Mining e staking a confronto
In sintesi, le differenze che contano:
Risorsa in gioco: il mining spende energia e potenza di calcolo, lo staking immobilizza criptovalute.
Barriera d'ingresso: il mining richiede hardware costoso, lo staking richiede di possedere il token.
Impatto ambientale: alto per il mining, molto basso per lo staking.
Come si sbaglia: il miner inefficiente spreca elettricità, il validatore scorretto rischia lo slashing.
Accessibilità per i piccoli: ardua nel mining, aperta a molti nello staking.
Se pensi di guadagnarci
Lo staking viene spesso descritto come un modo per ottenere un rendimento "passivo" sulle proprie crypto, ed entro certi limiti lo è. Conviene però avvicinarsi con la testa giusta, perché non è denaro gratis.
Le ricompense non sono garantite e cambiano nel tempo a seconda della rete. Spesso i fondi restano vincolati per un certo periodo, durante il quale non puoi venderli nemmeno se il mercato crolla. E un rendimento espresso in una data criptovaluta vale poco se quella criptovaluta nel frattempo perde metà del proprio valore: il guadagno reale dipende anche da come si muove il prezzo del token che stai bloccando. A tutto questo si sommano i rischi legati alla piattaforma a cui ti affidi e, per chi fa il validatore, allo slashing.
Un'ultima avvertenza, che si ricollega alla guida sulla sicurezza. Proprio perché lo staking è popolare, viene sfruttato come esca da moltissime truffe. Quando una piattaforma promette rendimenti da staking fissi, altissimi o "garantiti", quasi sempre è un inganno. I rendimenti veri sono variabili e contenuti, e nessuno può assicurarti profitti certi.
In fondo, mining e staking rispondono alla stessa domanda da due lati opposti: come far funzionare e difendere una rete che non ha padroni. Uno ci riesce spendendo energia, l'altro mettendo in gioco capitale. Sapere quale dei due meccanismi usa una criptovaluta dice già molto su come è costruita, su quanto consuma e sul modo in cui nascono le sue monete.